LA FREQUENZA DEL DISAGIO: Il filo rosso della distorsione tra l'underground globale e la provincia italiana
C'è un momento, prima che la puntina incida il vinile, in cui il silenzio smette di essere assenza di rumore e diventa pressione.
Ventitré dischi, dal post-punk di Manchester al noise delle montagne cuneesi, smontati per far uscire quello che ci è finito dentro: la stanza in cui sono stati registrati, l'amplificatore che qualcuno si è potuto permettere, la vita dei ragazzi che li hanno incisi.
È anche la storia di due geografie che sembravano non parlarsi - l'underground globale e la provincia italiana - e che negli stessi anni, con gli stressi strumenti scadenti, hanno reagito allo stesso vuoto.
Non è una classifica dei dischi migliori. È il tentativo di spiegare perché certe frequenza fanno bene, e perchè per una generazione il volume è stato una forma di verità.
Ventitré dischi, dal post-punk di Manchester al noise delle montagne cuneesi, smontati per far uscire quello che ci è finito dentro: la stanza in cui sono stati registrati, l'amplificatore che qualcuno si è potuto permettere, la vita dei ragazzi che li hanno incisi.
È anche la storia di due geografie che sembravano non parlarsi - l'underground globale e la provincia italiana - e che negli stessi anni, con gli stressi strumenti scadenti, hanno reagito allo stesso vuoto.
Non è una classifica dei dischi migliori. È il tentativo di spiegare perché certe frequenza fanno bene, e perchè per una generazione il volume è stato una forma di verità.
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