Dino aveva ragione: le cronache di casa Malipiero

Un forestiero troppo gentile. Un paese che si divide. E un cane che aveva capito tutto per primo. D'estate i Malipiero emigrano a Villa Dal Borgo, dove il tempo non passa: viene amministrato. La colazione dalle otto alle nove, il riposo dalle due alle quattro, il tè alle cinque. A regolare l'orologio è donna Elvira, la suocera, che dà del lei ai nipoti finché non si laureano e scrive lettere di quattro righe che in casa Malipiero si studiano come responsi oracolari. Ad applicarlo è il Ceschin, factotum che parla per sentenze di cinque parole e non ne spreca una. E poi c'è il Conte: un certosino di undici anni che regna sulla villa da sempre, almeno secondo lui, e accoglie l'arrivo di Dino con una dichiarazione di guerra fredda combattuta a distanza millimetrica, fatta di provocazioni altimetriche, ronde a orari fissi e ciotole sabotate. Vince chi si annoia dopo. Vince quasi sempre Dino, che della noia ha fatto una carriera. In mezzo c'è il ricevimento di Ferragosto, che a Villa Dal Borgo si tiene dal 1923 con tre sole interruzioni — e per il quale si lucida perfino la barca a remi che nessuno usa, perché a Ferragosto la barca non serve: rappresenta. Finché non arriva lo scirocco. E una notte, sul canale, la guerra tra le due potenze finisce nel modo che nessuna cancelleria aveva previsto — e che nessuno dei due, dopo, potrà più far finta di non sapere. Ma la partita vera si gioca al ritorno a San Bortolo. Perché quell'ottobre la sagra è la più bella a memoria d'uomo, e questo avrebbe dovuto insospettire tutti. C'è un nuovo sponsor. C'è un signore cordiale che finanzia il torneo dei ragazzi, rifà il palco, promette lavoro, e intanto comincia a comprare terra. Il progetto si chiama Borgo Vivo, ha rendering bellissimi e una convenzione che nessuno legge. Il paese gradisce. Il paese gradisce moltissimo. Vittorio Malipiero, professore di storia e filosofia, uomo di prove e di documenti, sa già come si combattono queste cose: con le carte. L'aveva già fatto, due anni prima, portando in assemblea quaranta cartelle ben ordinate — e perdendo contro un barboncino. Stavolta le carte le trova qualcun altro. Le trova Bianca, dodici anni, che tiene un fascicolo aperto dall'estate e legge l'albo pretorio per diletto. Mentre in casa succede tutto il resto: Giacomo che si presenta a pranzo con un piano quinquennale su foglio di calcolo e manda in crisi un amore di diciassette anni; Arianna che una mattina di marzo rientra all'alba e non si toglie le scarpe, e da quel dettaglio si capisce che la Gina se n'è andata; donna Elvira che a dicembre annuncia di voler passare il Natale a casa della figlia, cioè compie un'inversione dei poli terrestri. E poi l'ultimo giovedì di aprile, nella sala della Pro Loco, l'assemblea che decide tutto. Regia di una dodicenne, di un notaio, di una nonna assente e di un cane. Un anno di verbali, di silenzi e di sagre insegna a Vittorio la cosa che trent'anni di cattedra non gli avevano insegnato: che si ascolta con qualcosa di diverso dalle orecchie, che un paese non si convince con i documenti ma si guarisce con la pazienza, e che l'unico membro della famiglia che l'aveva capito subito non ha mai pronunciato una parola. Dino aveva ragione. Come sempre.
Il secondo capitolo delle Cronache di casa Malipiero: una commedia di paese nella tradizione di Guareschi e Wodehouse, dove si ride per due pagine e alla terza ci si commuove senza accorgersene. Un romanzo su una provincia che esiste ancora, sulle famiglie che discutono a tavola perché è il loro modo di volersi bene, e su un weimaraner che continua a non dire niente e ad avere ragione.
Si legge da solo, ma chi ha letto "Dino non è d'accordo" ritroverà la signora Ines e una panchina che, alle sei di sera, dice più di qualunque discorso ufficiale.

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Rob Rondinelli