Yohaku: L'arte giapponese dello spazio che resta
Che cosa accade quando una parte di un’opera non viene dipinta, scritta o determinata?
Yohaku parte da una parola giapponese che, nel suo significato più concreto, indica lo spazio lasciato bianco o non segnato. Ma nelle arti del Giappone quella parte apparentemente vuota può acquistare un ruolo preciso: separare, mettere in relazione, suggerire profondità, modificare il ritmo di una composizione o lasciare qualcosa deliberatamente non risolto.
Attraverso pittura a inchiostro, paraventi, calligrafia, manoscritti, poesia waka e arte contemporanea, questo libro ricostruisce la storia e le trasformazioni di un concetto spesso semplificato in Occidente come “spazio negativo” o filosofia del vuoto.
Il percorso distingue yohaku da termini frequentemente sovrapposti come ma, kū e mu; esamina il rapporto fra superficie, intervallo e percezione; affronta la relazione fra Zen e arti visive evitando equivalenze facili; e segue il problema del non detto nella poesia, fino alle interpretazioni moderne e contemporanee di artisti e designer come Lee Ufan.
Non è un manuale di minimalismo e non propone una filosofia di vita. È un saggio di estetica e cultura visiva che cerca di capire quando ciò che non viene occupato smette di essere semplice assenza e diventa parte attiva della forma.
Ne emerge una tesi circoscritta: il vuoto non possiede un significato universale. Acquista funzione soltanto all’interno di un campo preciso, in relazione a ciò che è presente e all’operazione che lo ha lasciato disponibile.
Un’indagine fra storia dell’arte, filosofia, cultura materiale e poesia per osservare con maggiore precisione ciò che, proprio perché non è stato riempito, continua a operare.
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