Anatomia di un genocidio: La vita e la morte di un paese chiamato Buczacz

«L'orrendo caso di Buczacz si presenta come un potente monito contro il fanatismo, ovunque e in ogni momento.»
Tom Segev, autore di Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele

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Un contributo atteso da tempo e fondamentale per la storiografia sull'Olocausto [...] Un esempio paradigmatico di microstoria dell'Olocausto, un modello per le ricerche future.»
Saul Friedländer, autore di Gli anni dello sterminio

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Il magistrale studio di Omer Bartov su Buczacz, fondato su una ricerca ampia e rigorosa e sostenuto da una narrazione avvincente, è un esempio di eccellenza nella storiografia contemporanea sull'Olocausto.»
Christopher R. Browning, autore di Uomini comuni

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Una storia intensa e ammonitrice, che mostra come la pace possa sgretolarsi poco a poco, mentre la rabbia si accumula e vicini e amici finiscono per diventare nemici.»
«Los Angeles Times»

Per oltre quattro secoli, Buczacz, oggi nell’Ucraina occidentale, fu una città di confine abitata da ebrei, polacchi e ucraini. Una comunità composita, attraversata da differenze religiose, linguistiche e politiche, ma tenuta insieme da una lunga consuetudine di convivenza. La Seconda guerra mondiale spezzò questo equilibrio e trasformò la città in uno dei luoghi in cui si consumò la distruzione degli ebrei dell’Europa orientale.
In
Anatomia di un genocidio, Omer Bartov sceglie la prospettiva ravvicinata della microstoria per ricostruire la trasformazione di Buczacz: le tensioni sedimentate nel tempo, le rivalità, le paure e i risentimenti che, sotto l’occupazione nazista e nel contesto delle lotte nazionaliste, resero possibile una progressiva disgregazione della comunità. Lo sterminio non appare così come un evento improvviso calato dall’alto, ma come un processo nel quale la violenza finisce per coinvolgere anche coloro che fino a poco prima erano vicini di casa, conoscenti, amici.
Attingendo a oltre vent’anni di ricerche negli archivi della regione e a centinaia di testimonianze di vittime, persecutori, collaboratori e soccorritori, Bartov, la cui madre era cresciuta a Buczacz, restituisce alla storia del genocidio la sua dimensione locale e quotidiana. È proprio nella trama ordinaria delle relazioni sociali, fra vicini, conoscenti e gruppi che per generazioni avevano condiviso lo stesso spazio, che prende forma la possibilità dello sterminio.
Il risultato è un’analisi originale e inquietante della violenza di massa e, insieme, del genocidio come processo sociale: non soltanto la storia di ciò che accadde a Buczacz, ma una riflessione sulla fragilità della convivenza e sulle condizioni che possono trasformare una comunità in un luogo di persecuzione e morte.

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