Gargoyle
Gargoyle non è il classico romanzo sulla redenzione attraverso la cultura ed è proprio in questo che risiede la sua potenza. Alfredo insegna italiano in carcere. Vi entra per trasformare, ne esce trasformato. L’autore costruisce una narrazione che non fa sconti, non c’è il trionfo dell’eroe ma la realtà di vite come quella di Ling, un ragazzo senza storia non preparato al mondo reale; di Damir che, con la sua ingenuità, restituisce a quell’ambiente la spensierata leggerezza di un mondo ideale; di Ernesto, boss dal codice d'onore antico, che lascia scivolare via la maschera per rivelare l’uomo, evidenziando il doloroso contrasto tra l'immagine che deve difendere e l'anima che nasconde. Il carcere diventa così un palcoscenico di contrasti: luogo di proiezione e di impietoso smascheramento, ma anche luogo assurdo dove ogni progetto sembra destinato a infrangersi contro l'impossibile. I detenuti vivono in una dimensione sospesa e regressiva, in una bolla temporale che isola e consuma. E in quella dimensione si mostrano liminali, alienati, figure spettrali che assumono sembianze singolari ma anche sfacciatamente umani, deboli, ingenui.
La bellezza del romanzo sta nel contrasto tra la “missione” educativa di Alfredo e il cinismo salvifico del collega Sandro, forse il personaggio più lucido della storia che ci ricorda come, in certi luoghi, la speranza sia un lusso che si paga caro.
Nonostante tutto, nonostante le sconfitte, Gargoyle, nel finale amaro, trova la sua luce; la scrittura diventa non salvezza fisica ma unico atto possibile di testimonianza. Un libro doloroso, allegro, ironico, necessario che ci costringe a guardare negli occhi chi, di solito, preferiamo dimenticare.
La bellezza del romanzo sta nel contrasto tra la “missione” educativa di Alfredo e il cinismo salvifico del collega Sandro, forse il personaggio più lucido della storia che ci ricorda come, in certi luoghi, la speranza sia un lusso che si paga caro.
Nonostante tutto, nonostante le sconfitte, Gargoyle, nel finale amaro, trova la sua luce; la scrittura diventa non salvezza fisica ma unico atto possibile di testimonianza. Un libro doloroso, allegro, ironico, necessario che ci costringe a guardare negli occhi chi, di solito, preferiamo dimenticare.
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