La maledizione di Blackwood
Emily non aveva mai visto una cittadina come Blackwood. Non sapeva se fosse l’aria umida che sembrava appiccicarsi alla pelle o il modo in cui la nebbia avvolgeva ogni cosa, ma c’era qualcosa di strano. L’autobus si fermò davanti a una piccola stazione, la vernice consumata e sbiadita dai decenni. La cittadina era silenziosa, eppure il silenzio non sembrava normale. Era il tipo di silenzio che ti faceva sentire osservato. Come se qualcosa ti stesse scrutando senza che tu potessi capire da dove venisse.
“Benvenuta a Blackwood!” disse l’autista con un sorriso troppo amichevole, come se stesse recitando una parte. La sua voce, bassa e monotona, risuonò nell’aria. Emily non riuscì a rispondere subito. Il suo cuore batteva più forte del solito, il respiro affannoso. Non era paura. Era qualcosa di più profondo, un'intuizione che le diceva che non doveva essere lì.
La casa dei Griffin si trovava alla periferia della cittadina, una villa antica, imponente, dalle finestre alte come occhi di un gigante che ti fissavano costantemente. La porta era massiccia, la vernice nera quasi completamente scrostata, ma dava un'impressione di solidità, di forza. Un'impressione che non si rivelò immediatamente minacciosa, ma che la fece sentire come se fosse entrata in un mondo che non le apparteneva.
“Ciao, Emily!” disse Margaret Griffin, aprendo la porta con un sorriso smagliante, come se fosse la cosa più naturale al mondo. I suoi occhi, azzurri e distanti, sembravano mancare di qualcosa. Non c’era empatia nel suo sguardo. Emily sorrise a sua volta, ma quella sensazione di disagio la perseguitava.
“Ciao! Spero di non essermi persa troppo...” disse Emily, cercando di sembrare più rilassata di quanto si sentisse.
“No, no!” rispose Margaret, facendo un passo indietro e indicando l’ingresso. “Prego, entra. Ti aspettavamo.”
Il passo di Emily risuonò sul pavimento di legno, che scricchiolava sotto il suo peso. La casa era buia, ma non c’era qualcosa che la facesse sembrare sinistra. Piuttosto, c’era una luce fioca che sembrava non provenire da nessuna parte, una luce pallida che illuminava le stanze senza dare ombre. Come se il buio fosse un concetto estraneo a quel luogo.
“Siamo felici di averti qui,” continuò Margaret, ma la sua voce non suonava del tutto genuina. C’era un tono che Emily non riusciva a cogliere, qualcosa che la faceva sentire come se fosse una straniera. In quel momento, Samuel, il bambino più grande, apparve dietro di lei.
“Ciao,” disse Samuel con un sorriso gentile, ma quando la guardò, Emily sentì un brivido lungo la schiena. I suoi occhi neri e profondi erano più simili a quelli di una creatura notturna che a quelli di un bambino.
“Ciao,” rispose Emily, tentando di non mostrare il fastidio che provava. “Mi chiamo Emily.”
Samuel sorrise e annuì lentamente. “Siamo felici che tu sia qui,” disse, e la sua voce sembrò troppo calma, troppo ponderata.
Quella sera, Emily preparò la cena, ma non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione che qualcosa non andasse. I bambini erano stranamente tranquilli, troppo tranquilli per essere bambini. Samuel continuava a guardarla, come se stesse aspettando che lei facesse qualcosa che non capiva.
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